Chi per la prima volta si trova a far visita ad una città nota immediatamente i suoi aspetti più appariscenti: l’incombere o l’ariosità delle quinte architettoniche che delimitano la larghezza delle strade, gli spazi verdi, le piazze prospicienti i monumenti. Si passeggia per le vie del centro, si ammirano le vetrine dei negozi alla moda, si sbircia negli atri di accesso ai palazzi gentilizi. Con una guida in mano ci si trattiene in ammirazione di statue e fontane, archi di trionfo e targhe commemorative. Qualcuno decide di visitare il museo cittadino o una mostra temporanea, pochissimi una biblioteca storica, un orto botanico dove c’è, per scandagliare il passato dopo avere avuto sentore del presente.
Raramente le guide, nella secchezza con la quale descrivono un’opera, al di là dell’aspetto celebrativo spiegano il perché quest’opera esista. Come se sia naturale che una chiesa sia stata eretta, una statua equestre posta al centro di una spazio urbano o un cannone di bronzo con le sue palle marmoree adorni una aiuola. Il turista frettoloso assomma opere, spazi, fotografa oggetti e colombi (quasi fossero una specificità del luogo) per fissare in una immagine l’oggetto del ricordo. Il souvenir sostiene la memoria quando si è tornati a casa: come bene specifica il suo etimo, da subvenire ‘venire in aiuto’.
Il giudizio che esprimeremo sulla città visitata sarà in sostanza la sommatoria delle sensazioni che nel tempo della permanenza ci saremo portati dietro. L’oggetto del ricordo, dunque, testimonierà prima a noi, poi a quanti lo si vorrà mostrare, di esserci stati, di averlo proprio visto quel quadro, in quella precisa occasione, in quel museo. Perché all’improvviso si potrebbe scoprire che ne esiste uno molto simile, del medesimo autore, ma conservato in un luogo che non s’è mai visitato. In questi termini le immagini del ricordo si lacerano, si sfuocano, si appiattiscono, quasi a non più distinguere tra realtà e fantasia: quanto si è visto veramente e quanto si è ammirato in un documentario televisivo e sulle pagine patinate di un libro d’arte.
In altri termini un’opera famosa è stata logorata dalla sua stessa celebrità e ridotta ad una figurina. Scrive argutamente Corrado Augias: “Quando un oggetto (o un luogo) diventa una figurina, non fa molta differenza guardarne la riproduzione in televisione o l’originale nella realtà: in un caso e nell’altro, ciò che vediamo è una silhouette impersonale, mentre il nostro desiderio vorrebbe percepirvi tutto lo spessore della vita”.
Per chi ha fiducia nelle Guide, l’alternativa è cercare riscontri tangibili in date, nomi, descrizioni, riferimenti stilistici. Chi ha familiarità con internet può svolgere ricerche su nozioni integrative e illustrazioni fotografiche aggiuntive. E’ un modo per cominciare una esplorazione attraverso ottiche differenti dalle nostre, con le quali altri turisti, ma soprattutto altri studiosi delineano l’oggetto del nostro interesse. Ecco allora che la bidimensionalità della figurina via via prende corpo, ci offre lo spunto per allacciare rapporti, esaminare contesti.
Contesto, questa è la parola magica per leggere una realtà nella propria pienezza. Il contesto in cui l’opera si trova, la relazione che svolge con i monumenti del medesimo periodo che in quello stesso luogo persistono. L’evoluzione storica di quel contorno, che ne ha magnificato o meno il suo valore. Le trasformazioni culturali, il modo d’intendere da parte di chi l’opera ha guardato. Ecco dunque che ci si accorge di allontanarsi progressivamente dai dati esteriori, per scalfire la scorza del tempo, così dura quando non si ha dimestichezza con la storia.
E’ un modo per vedere la medesima realtà con occhi nuovi e senza la presunzione di aver capito tutto con un semplice sguardo.









