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I segreti di Afrodite

In In viaggio on 13 agosto 2010 by Sergio Bertolami

La sala che ospita la Venere di Milo come appariva nella sistemazione ottocentesca.

La prima volta che l’ho veduta, confesso una certa soggezione. Volto suadente, seno perfetto, figura sinuosa. Una venere. In verità dovremmo chiamarla Afrodite, visto ch’è stata scoperta da un contadino greco nell’aprile del 1820 sull’isola di Mélos (Milo in greco moderno), nelle Cicladi. L’anno successivo il marchese  de Rivière, ambasciatore di Francia alla Sublime Porta di Costantinopoli  (la Grecia era allora sotto il dominio ottomano) acquistò la statua marmorea risalente al 120 a.C. per farne omaggio al re.  Luigi XVIII di Borbone,  sul trono di Francia da sette anni, il 1° marzo 1821 offrì a sua volta la statua al Louvre e così iniziò la sua storia conosciuta.  “Une restauration sous la Restauration”, annota così Jean-Luc Martinez – direttore del dipartimento delle Antichità greche, etrusche e romane, del museo – il suo resoconto sugli interventi di restauro che hanno visto protagonista la bella Venere di Milo. E ne svela i retroscena emersi in modo inequivocabile grazie alle moderne tecniche radiografiche.

Da poco più di un mese la statua, dopo un intervento di pulitura affidato alla restauratrice italiana Anna Martinotta, ha trovato una nuova  dimensione espositiva ed è oggetto di curiosità ed interesse da parte della moltitudine di visitatori che vi si accalcano intorno. E’ possibile ammirala in un nuovo allestimento all’interno di una sala di 214 metri quadrati, tre volte più ampia della precedente collocazione che aveva occupato dal 1934.  È infatti tornata nella sala dove era rimasta esposta dal 1824 al 1848.  I nuovi spazi destinati all’arte greca ed ellenistica sono raggiungibili direttamente dalla  “cour Carrée” sotto la Piramide, accedendo dall’ala Sully.  Il nuovo progetto punta a facilitare la comunicazione nei confronti dei visitatori, costituendo un percorso che ha l’intento di valorizzare anche le opere in passato trascurate dalla fama della Venere di Milo.

Due le gallerie espositive. Quella a nord (parte del Palazzo Rinascimentale, sale 7-14) offre uno sguardo sul mondo dell’arte ad Atene all’epoca di Pericle, ma anche in Grecia centrale e settentrionale,  nella Magna Grecia della città dell’Italia del Sud, la Macedonia, l’Asia Minore e il Medio Oriente ellenizzato. La seconda galleria (sale 13-16) a sud, inaugurata nel primo Ottocento  in luogo dei tribunali vecchi, è dedicata al tema degli dei e degli eroi della mitologia greca. Cerniera tra le due gallerie proprio la sala 13,  quella che racchiude  le vicissitudini della  Venere di Milo, la storia della sua scoperta e l’iconografia di Afrodite nel periodo ellenistico.

Di questo capolavoro non si conosce praticamente nulla, se non che è stata trovata incidentalmente in un luogo piuttosto articolato, probabilmente una palestra. In realtà questi impianti sportivi solitamente erano posti sotto la protezione di Ermes e di Eracle. Ma è possibile che vi sorgesse accanto un santuario.  La perdita delle armi e la mancanza dei gioielli, che ne rappresentavano i tratti distintivi, non permettono agli studiosi alcuna certezza sulla identità della dea. Rappresenta veramente Afrodite, dea dell’amore, oppure è Anfitrite, dea dei mari, particolarmente venerata a Milo? E’ una statua singola o un gruppo marmoreo?  Tanto che sin dall’Ottocento (a cominciare da Quatremère) le supposizioni si sono moltiplicate, immaginandola mentre si ammira in uno specchio o in uno scudo riflettente, mentre tiene in mano una coroncina fiorita oppure si appoggia ad un pilastro, mentre dialoga con Ermes o con Eracle.

I frammenti trovati a fianco alla statua sono, nella nuova sistemazione, esposti nella medesima sala accanto alla Venere. Ma ciò che più conta è aver potuto ricostruire le differenti fasi dei successivi interventi conservativi. Nel 1821 dopo il suo arrivo al Louvre, quando si rimontarono i blocchi che compongono la statua (la tecnica è caratteristica delle botteghe di scultori attivi a Rodi e delle Cicladi nel tardo periodo ellenistico) la Venere avrebbe dovuto essere completata con il braccio perduto. Questa la proposta dallo scultore Lange, responsabile dell’atelier di scultura e dei marmi del museo. La commissione fortunatamente rinunciò al progetto, ma non del tutto, perché lo scultore poté ricostruirle in stucco il naso ed  il piede mancante, poi rimosso nel 1936. Di quest’ultimo restauro si è venuti a conoscenza solo durante il recente intervento. Nascosto sotto il seno destro è stato scoperto un foglietto di carta sul quale è scritto: «Restaurée le 5 avril 1936 par Libeau / Marbrier – Louvre». 

La Venere è tornata a stupirci per il candore recuperato della sua pelle marmorea … e per i segreti che ancora celava.

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