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Aux Puces

In City notebook on 18 agosto 2010 di Sergio Bertolami

Chi va a Parigi e non vuole vedere solo luoghi turistici, ma frequentati anche da “parisien”, prenda la linea 4 della “Métro” e raggiunga il capolinea a Porte de Clignancourt, XVIII arrondissement nel dipartimento della Seine-Saint-Denis. E’ così chiamato perché un tempo il territorio era possedimento dalla gotica Abbazia di Saint Denis. L’opera monumentale, voluta dall’abate Suger per celebrare il primo vescovo di Parigi, non riverbera alcun carattere artistico sulla citata Porte de Clignancourt. Anche perché la cinta fortificata e la porta d’ingresso alla città (una delle diciassette realizzate da Thiers a metà del XIX secolo), non esistono più. Ma dall’attuale piazza si accede all’antico paese di Clignancourt, oggi Saint-Ouen (comune di oltre 39.000 abitanti, annesso alla città di Parigi nel 1859). Questo modesto agglomerato ha una sua storia, minimale, ma ugualmente interessante, perché tra sabato e lunedì di ogni settimana è possibile recarsi “aux Puces”. in questo modo i residenti chiamano il celeberrimo “Marché aux puces” che – insieme all’altro storico mercato delle pulci di Parigi, quello di Porte de Vanves – permette ai collezionisti un tuffo nelle soffitte d’altri tempi, alla ricerca di quel bric-à-brac che ornò mensole e camini delle case borghesi europee a partire da fine Settecento.

Si sbaglia chi pensa ad un mercatino di bagattelle. Sono ben sette acri coperti da oltre 2.000 banchi e bancarelle, ma anche negozi vetrati, che offrono una passeggiata eccentrica in uno spettacolo rutilante di prodotti. Può capitare di trovarsi al secondo piano di un vecchio caseggiato senza neppure rendersene conto, come nel caso del “marché Dauphine”, dov’è il «Carré des libraires», la piazza dei librai, il posto dove amo perdermi. E voi di cosa avete bisogno? capi d’abbigliamento a buon mercato o abiti vintage? Ce ne sono in abbondanza; ma è possibile trovare articoli nuovi ed usati di ogni genere. Calzature, pezzi di ricambio, vecchia ferramenta, libri, bijou e gioielli, giocattoli, lampade e lampadari, brocche e posate, oggetti d’artigianato, attrezzature sportive, scientifiche , tecnologiche…

Si racconta che un tizio, osservando le bancarelle ricolme di tutte queste mercanzie addossate alle fortificazioni della città esclamò sbalordito: “Parola mia, questo è un mercato di pulci”, intendendo riferirsi agli insetti che infestavano tappeti e tessuti esposti in vendita. L’espressione tenne a battesimo il nuovo mercato che la cittadinanza, per motivi d’igiene, voleva “extra moenia”. Fu infatti dopo la guerra del 1870 , che gli straccivendoli cacciati di Parigi, tra le casematte e le costruzioni spontanee attecchite alle mura, dettero vita al primo villaggio commerciante. La nascita ufficiale del mercato delle pulci avviene, però, nell’anno 1885, quando la municipalità di Saint-Ouen si mobilita per la pulizia e la sicurezza del quartiere. I puciers – già si chiamavano così i venditori ambulanti – dovranno d’ora in poi pagare una tassa al Comune per l’occupazione del suolo pubblico.

Nel 1908 la metropolitana serve questa «Foire aux Puces». Il termine “foire” (fiera), sottintende il caos, il chiasso, la confusione, una babele di rivenditori subissati dall’affluenza di compratori che, soprattutto la domenica, si distraggono con l’abituale passeggiata fuori le mura. Da allora, l’iniziale agglomerato si è moltiplicato in una infinità di altri mercati, specializzati nell’offerta merceologica. Dopo il primo conflitto mondiale la concentrazione commerciale diviene stabile e tra il 1920 e il 1938 si creano altri quattro mercati: Vernaiso , Malik, Biron e Jules Vallès. Tra le due guerre “les Puces” diventa così popolare che numerosi appaltatori accaparrano aree intorno alla Rue des Rosiers. Ciò determina l’esigenza di opere di urbanizzazione, come strade, reti idrauliche e fognarie, elettricità. Crescono luoghi di ristoro, caffè, pub, trattorie. Gli artigiani danno “spettacolo”: lavorano in strada per attrarre clienti, come gli impagliatori di sedie o di metalli artistici. Si organizzano attività ricreative con clown, complessini di musica negroamericana e chitarristi che inventano il Gypsy Jazz o, per dirla alla francese, il manouche jazz.

“Après 1945, ferrailleurs et chiffonniers laissent peu à peu la place aux brocanteurs, antiquaires et marchands de vêtements”. Così descrive la situazione recente un depliant pubblicitario, che fornisce le coordinate per i migliori acquisti. Quindi agli iniziali venditori di rottami di metallo e commercianti di stracci, si sono fatti spazio antiquari e mercanti d’abbigliamento. Il mercato amplifica la propria offerta con merce di lusso datata tra XVIII secolo e primo Novecento: mobili restaurati, arazzi, specchi, lampade e articoli per la tavola. Paul Bert, ad esempio, è un mercato eterogeneo: mobili in stile eclettico, accanto a mobili dell’età industriale e Novecento. Per gli amanti di lampade Art déco, Art Nouveau e Design modernista, così per i collezionisti di vetri di Lallique o Gallé, c’è il mercato di Rosiers. L’Entrepôtè, invece, è specializzato in “marchandises volumineuses” cioè merci fuori misura; soprattutto grandi scalinate, librerie, caminetti, “zinchi”, gazebo, portali di pietra e portoni di palazzi, con il vantaggio del trasporto gratuito a destinazione. Gli appassionati di reliquie napoleoniche trovano armi d’epoca ed effetti militari; i bibliofili libri antichi e cimeli tipografici. Sono un po’ dappertutto.

Vernaison è quello che conserva i caratteri storici del passato. I suoi vicoli tortuosi, suggestivi, sono la dimostrazioni dell’espansione del mercato delle pulci, quello improvvisato. I suoi chioschi specializzati offrono dai vecchi giocattoli agli oggetti scientifici. Dagli anni Novanta si sono aggiunti, a quelli originari, altri tredici mercati. Tanto che oggi “Les Puces” è stato classificato “Zone de Protection du Patrimoine Architectural Urbain et Paysager”, per l’atmosfera particolare che si respira, percorrendo i vicoli scoperti o copert dei suoi complessivi diciassette mercati. E’ per questo che quanti non si accontentano di passeggiare o di acquistare, possono seguire delle visite guidate, per scoprirne i risvolti più nascosti. Peccato che quest’anno ad agosto non ne siano stati previsti: forse perché l’affluenza è così numerosa da non ritenere necessaria ulteriore promozione. Ma da settembre a dicembre c’è solo l’imbarazzo della scelta.

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Roule Galette: la fast crêperie

In City notebook on 12 agosto 2010 di Sergio Bertolami

Hamburger, pizze , kebab…  Parigi multietnica è piena di locali per accontentare una clientela affamata.  Eppure è possibile  scoprire  un nuovo modo per consumare un pasto veloce,  sostituendo la versione fast food con un nuovo tipo di ristorazione dall’identità propriamente francese. L’idea è coniugare la tradizione con l’innovazione tecnica e commerciale, servendo crêpes e galettes.

L’inventore di questa catena di crêperies è Dominique Olivier.  Il suo è un progetto nato tre anni fa.  Oggi nella capitale francese, e solo qui, esistono tre locali (il primo è nato nel settembre del 2009), ma se ne prevede una dozzina entro  il prossimo anno.  In verità Parigi è  disseminata di corners, cioè angolini  che servono crêpes  o gauffres (cialde) dolci e salate, preparate al momento. Olivier, invece, ha pensato di  sostituire ai criteri tradizionali le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, che permettono di  soddisfare nel giro di  pochi minuti le richieste dei clienti.  Questa celerità è concessa dalle speciali macchine che producono ben 180 crêpes in un’ora.  Naturalmente senza fare torto alla freschezza degli  ingredienti  legati alla stagionalità e con un occhio ad un apporto calorico equilibrato.  La pasta bianca delle crêpes o scura delle galettes bretoni è realizzata giornalmente, per servire il pubblico di affezionati, dalle 7.30 del mattino fino alle 22 della sera. Ma data l’affluenza si tira anche una mezz’ora in più.

L’ambiente è moderno, lineare, illuminato da ampie vetrate, reso allegro con i tocchi di colore delle sedie e dei tavolini, disposti anche all’aperto per osservare il passeggio.  Forse l’immagine che si richiama all’impostazione delle grandi catene internazionali come McDonald’s o Starbucks, non restituisce pienamente l’anima della tradizione che gli ottimi prodotti  suggeriscono.  Ad ogni boccone  sembra, infatti, di  assaggiare un pezzo di storia gastronomica. Basterà  ordinare  una “classica” con prosciutto, pomodoro e formaggio, oppure completarla con un uovo  o insaporirla con aceto balsamico ed erba cipollina.  Si passa da una crêpe  rustica con cipolla e funghi  a prodotti innovativi per  palati esotici come una crêpe  norvegese con salmone affumicato e varie salse. Immancabili, tra le crêpes dolci, l’inimitabile Suzette o quelle alla Nutella, al caramello o al miele.  

Le “galette bretonnes” salate preparate con  farina  di grigio grano saraceno sono servite piegate; altre crêpes  sono  arrotolate a cilindro o a cartoccio oppure “destrutturate”,  come oggi si usa, cioè presentate come un foglio aperto dove possiamo ammirare gli ingredienti che compongono il piatto in bella mostra. Per rimanere legati al passato  è preferibile accompagnarle bevendo dell’ ottimo sidro (una bevanda  alcolica ottenuta dalla fermentazione delle mele) … ma con moderazione.

La catena di ristoranti  Roule Galette  è quindi un’idea che pur  mantenendo il fascino della tradizione getta un guanto di sfida,  volendo competere con i giganti del fast food.  Queste speciali  frittelle  (che a noi italiani ricordano le molteplici combinazioni di gusto della pizza) permettono  di poter di accordare dieta e consumazione veloce.  Le crêpes presentano, infatti, il vantaggio di poter essere gustate in ogni momento della giornata, fra la gente allegra di questi tre locali parigini o all’interno di un appartamento…  in ogni  occasione, ideali per tutti i gusti .

Una locandina pubblicitaria ricorda le crêpes preparate, con verdure provenzali, per Pauline, “c’est à dire” per festeggiare nei  locali Roule Galette  i compleanni dei più piccoli, evitando che mangino soltanto  panini e “frites”. Con grande soddisfazione dei genitori … e di noi turisti.

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